Uso pubblico della Storia nel cinema italiano
- pier paolo caserta
- 14 ore fa
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Pietro Marcello e Gabriele Muccino: due casi antitetici

“Martin Eden” (2019), per la regia di Pietro Marcello, è un film molto bello che mi ha fatto riflettere sull’uso della Storia nel cinema, in questo caso in quello italiano. Il film è un adattamento del romanzo omonimo di Jack London, proiettato in una Napoli sottratta a qualsiasi precisa determinazione temporale. Marcello, e Maurzio Braucci, co-sceneggiatore insieme al regista, adottano l’espediente, giocato con grande efficacia, di far sfumare i riferimenti temporali concreti mettendo in scena un Novecento inesistente, ma efficacissimo nel dare voce e corpo alle tensioni della Storia. La vicenda del protagonista, infatti, si sviluppa all’interno delle grandi ideologie del Novecento, che non sono semplicemente di sfondo o di contorno, sono materia viva; e costituiscono un ostacolo, cioè un essere dinamico reale, con il quale i protagonisti devono continuamente confrontarsi, e scontrarsi, fino a soccombere. Un ostacolo che si rivela infine invalicabile. Ne risulta un film denso di sofferenza, capace di entrare in profondità nelle pieghe e nelle ferite della Storia, e di aprirsi ad una riflessione dura, difficile, sul rapporto dell’individuo con le grandi costruzioni collettive e con la violenza immanente della Storia. Martin Eden avversa i liberali, dei quali denuncia l’affarismo senza scrupoli e l’ipocrisia borghese, ma pungola anche i socialisti, accusandoli di far sparire gli individui dietro l’idea di collettività. Davvero bravo Luca Marinelli, che nel passaggio dal ragazzo impacciato attratto dalla scrittura e innamorato di una donna dell’alta borghesia allo scrittore nevrotico e affermato, compie la trasfigurazione del grande attore. Martin Eden è certamente un individualista, ma non nell’accezione del liberalismo borghese, contro il quale si scaglia anzi con veemenza. Condannato proprio dal suo individualismo radicale e aristocratico, finisce per trovarsi, per dir così, doppiamente isolato, perché non inquadrabile. Privo ormai di un suo posto, sceglie di riconsegnarsi al mare, nel quale si lascia morire.
Bisogna vedere questo film mettendo in parentesi la propria appartenenza ideologica o politica. Si scoprirà allora che poggia proprio sul rapporto vivo e critico con la Storia.
Agli antipodi di questo uso della Storia c’è Gabriele Muccino. Nei suoi film la Storia appare, ma svuotata delle sue tensioni. Muccino, che fa dei bei film, nel senso che funzionano bene, è superficiale e paraculo nell’uso della Storia. Contrariamente a Marcello, i riferimenti sono concreti, ma del tutto privi di peso. Può sembrare un paradosso ma non lo è, qui la concretezza è superficialità, rivela un rapporto strumentale con la Storia. Una coreografia utile per il film, inutile per aprire problemi o domande, che del resto non intende affatto aprire. Marcello interroga la Storia, ne scopre il fianco e ne indaga le contraddizioni, Muccino la sfrutta per amplificare le vicende individuali. Martin Eden è un individualista radicale, ma sono i film di Muccino ad essere impastati dell’individualismo peggiore. Si pensi a “La ricerca della felicità” (2006), perfetta trasposizione cinematografica del messaggio centrale del neoliberismo. La ricerca della felicità è appunto una vicenda individuale che passa per l’affermazione attraverso la competizione. Chi è davvero capace e ci crede fino in fondo emergerà nella giungla del precariato. Molti di più non ce la faranno ma è il Mercato, bellezza. Darwinismo sociale con sapiente farcitura di emozioni.
“Gli anni più belli” (2020), che narra le vicende nel corso di quarant’anni di quattro amici, è inframmezzato ogni tanto da immagini che richiamano i grandi snodi storici: la caduta del Muro di Berlino, la fine della Prima repubblica, l’attentato alle Torri Gemelle, l’ascesa dei nuovi movimenti politici populistici (in questo caso senza riferimenti espliciti). Questi eventi vengono evocati, o meglio si tratta di brevi ritratti molto concreti, privi di qualsiasi ricaduta o di interconnessione con la vita dei personaggi, proprio all’opposto di quanto accade in “Martin Eden”. Come se non avessero conseguenze. All’uso della Storia in Muccino manca qualsiasi tensione. E se alla Storia si tolgono le tensioni, restano soltanto gli individui, la cui vicenda è ridotta al carattere puramente esistenziale. Al massimo il conflitto viene racchiuso all’interno della dimensione familiare, ma mai sociale; è in definitiva una questione privata. In fondo è la perfetta versione cinematografica del vangelo di Margaret Thatcher, che disse: “La società non esiste, esistono solo gli individui”. Gli eventi sono soltanto l’ancoraggio alla vicenda dei personaggi che potrebbe tranquillamente farne a meno, perché tra gli eventi e i personaggi non esiste traccia di rapporto dialettico. Così al realismo degli eventi storici non corrisponde alcun peso. È vero esattamente il contrario. Tanto più sono concreti perché devono essere insindacabili, non devono opporre nulla, non devono contrariare le vicende individuali, che possono essere più o meno felici o tormentate, ma soltanto perché rispondono ad una logica che è quella della vita, e in alcun modo a quella della Storia. Che non ha pieghe, non ha spigoli. Non è vissuta, è istituzionale, de-conflittualizzata, è uno sfondo di cartongesso. Si presenta come un accadere solenne, concreto e distante. Gli eventi sono concreti perché devono essere intangibili, è un semplice accadere che non ha, e non deve avere, nulla da dire. Le vicende e le sofferenze individuali non hanno più alcuna radice politica né collettiva.





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