Le tre controriforme
- pier paolo caserta
- 6 ore fa
- Tempo di lettura: 6 min

Le ultime de-forme costituzionali, o i tentativi di attuarle, hanno tutte avuto un comune umore di fondo e un comune intento politico generale. Le de-forme in questione sono quella renziana del 2016, rimasto un tentativo non andato a buon fine; il taglio del Parlamento, andato invece a buon fine; e, da ultimo, il tentativo in atto di indebolire il Consiglio Superiore della Magistratura.
La cornice all’interno della quale si muovono queste contro-riforme, o tentativi di attuarle, è lo stesso e identico è l’obiettivo politico di fondo: l’alterazione dell’equilibrio dei poteri a favore dell’Esecutivo. Tutte vanno valutate alla luce della loro capacità di proiezione verso questo obiettivo. Costituiscono altrettanti passi verso la sua realizzazione. Ovviamente nessuno si presenterà davvero ai cittadini dicendo che intende compromettere l’equilibrio tra i poteri e rafforzare in misura abnorme l’Esecutivo. È necessario presentare le cose in altro modo.
Così tutte e tre le contro-riforme, o tentativi di attuarle, sono accomunate non soltanto dall’intento politico generale, ma anche da un fondamentale elemento di comunicazione e di persuasione politica. Tutte hanno una vetrina accattivante: un’esca dietro la quale deve essere ritrovato il nocciolo del loro significato politico generale.
Nel caso del tentativo di de-forma della magistratura, il tema apparentemente ragionevole della separazione delle carriere esercita un indubbio effetto persuasivo.
Tre volte NO
Le ultime tre controriforme costituzionali, o tentativi di controriforma (quella renziana tentata del 2016, il taglio del Parlamento del 2020 andato a buon fine sotto il pretesto del taglio dei parlamentari, e infine questa sulla Giustizia) hanno una vetrina accattivante (e nell’ultimo caso forse anche più del tentativo renziano) che nasconde e indora il nucleo dell'attacco alla separazione dei poteri e del potenziamento dell'Esecutivo.
Tutte e tre sono inquadrate alla perfezione dal modo di dire "buttare il bambino con l'acqua sporca": il merito vi ha importanza relativa, costituisce solo la vetrina, ma devono essere valutate alla luce della volontà politica di cui sono emanazione e che le unisce in una logica omogenea, inscritta nella Tecnocrazia neoliberale e nella sua indole oligarchica.
La vetrina accattivante è allestita organizzando pulsioni impolitiche (ovviamente anche patendo da alcuni dati di realtà e anche gravi storture, altrimenti la proposta non sarebbe appetibile) e riempita di volta in volta dal superamento del bicameralismo perfetto (riforma Renzi-Boschi del 2016), dalla mancanza di qualità e dalla corruzione della classe politica (riforma costituzionale del 2020), dalla separazione delle carriere (riforma Nordio). Sono i pretesti, messi al servizio di una specifica volontà politica.
Cosa ci dice il caso Meta
Oscurando Barbero, di fatto Meta è entrata nella campagna referendaria italiana. Ovviamente il motivo alla base dell’atto censorio disposto dalla multinazionale digitale statunitense, ed eseguito dalle sue agenzie italiane, è del tutto pretestuoso. Barbero avrebbe commesso un errore affermando che la magistratura, in caso di vittoria del SI, finirebbe sotto il controllo dell’Esecutivo, perché la riforma, dicono gli "implacabili" fact-checker prevede che parte dei magistrati verrebbero nominati dal Parlamento, non dal governo. L’argomentazione è del tutto risibile. Barbero sostiene un ragionamento di prospettiva, che coincide con il nostro. L’obiettivo della riforma è l’indebolimento del CSM e questo progetto prelude all’alterazione dell’equilibrio dei poteri, in ultima analisi a favore dell’Esecutivo. L’indebolimento di uno degli altri poteri costituisce di per sé uno sbilanciamento a favore dell’Esecutivo. Questo è lo schema di fondo omogeneo che consente di leggere insieme le ultime tre de-forme, quella tentata del 2016, quella riuscita del 2020 e quella che si sta tentando. Nel caso di quest’ultima, il potere giudiziario verrebbe posto sotto il controllo del potere politico, non ancora dell’Esecutivo, non direttamente; ma la logica di prospettiva è quella. Barbero ha perfettamente ragione a dirlo. Del resto i fact-checker non sono dei fini segugi, sono soltanto i cani rabbiosi sguinzagliati dal nuovo potere tecnocratico per mordere il dissenso sotto il pretesto dell’obiettività mansueta della verifica imparziale ed esperta.
Di certo non è peregrino chiederselo: perché la più grande multinazionale digitale statunitense è entrata in un dibattito pubblico che riguarda la riforma della magistratura italiana? Non è possibile, quando si parla di Intelligenza Artificiale, farlo astrattamente, senza mettere in premessa che si tratta di un mercato interamente in mano a privati, gestito secondo logiche manipolatorie e opache ed esercitando un profondo ed esteso condizionamento.
Un SI al referendum sulla Giustizia potrebbe essere visto con favore dagli investitori statunitensi?
La risposta è affermativa se collocata, appunto, nell’ottica di un ulteriore indebolimento della sovranità costituzionale italiana. Non sorprende, è un comprensibile schema di gestione delle province dell’impero in un quadro di progressiva e già accentuata riduzione dell’Europa a colonia e dell’Italia a sub-colonia di importanza strategica. Sostenere una riforma che, dietro all’efficace paravento della separazione delle carriere, conduce un attacco alla separazione dei poteri significa contribuire a ridurre ulteriormente gli spazi di democrazia nella provincia Italia. In questo senso, l’intervento censorio nei confronti di Barbero, disposto da Meta può essere letto come un segnale dell’esito gradito nel cuore dell’impero.
Le ragioni non vanno ricercate soltanto nell’asse politico-ideologico Meloni-Trump, ma nel più ampio progetto tecnocratico-neoliberale che guarda con ovvio favore la fine dell’equilibrio tra i poteri a tutto vantaggio dell’Esecutivo, nel quadro di una riduzione della sfera politica a quella dell’Impresa. Vale la pena sottolineare questo passaggio ulteriore, la cui cornice di comprensione è quella del Neoliberalismo. Il rafforzamento dell’Esecutivo non deve essere inteso come rafforzamento della dimensione politica. È vero esattamente il contrario. Intende smantellarla e privarla di qualsiasi autonomia. Il cardine dell’ideologia neoliberale è che l’Impresa controlli la politica. Trump non inventa affatto questa tendenza, ma ne costituisce la più compiuta e ultima realizzazione. Proprio come nel caso della videocrazia berlusconiana, che fondeva politica e intrattenimento ma a favore del secondo elemento del binomio, declassando e avvilendo la politica, allo stesso modo il neoliberalismo, a maggior ragione nella sue recente specializzazione tecnocratica, fonde la dimensione politica con quella di Impresa, a tutto vantaggio della seconda, che entra nella prima assumendone direttamente il controllo.
L’Impresa deve controllare la politica e (in questa logica “Impresa” si scrive con la lettera maiuscola e “politica” con la minuscola) e l’Esecutivo deve prevalere sugli altri poteri dello Stato, come realizzazione dell’efficientismo aziendalista tradotto politicamente dal dogma della “governabilità”, che fu scandito come un mantra ai tempi della tentata riforma renziana del 2016. Se l’Impresa assume direttamente il controllo della politica e l’Esecutivo comprime o controlla gli altri poteri, la conclusione, non meramente sillogistica, è che l’Impresa diventa il vero decisore. Questo è il punto. Questa è la ragione di fondo dell’intervento censorio di Meta.
Alcuni magistrati hanno sollevato critiche sui finanziamenti statunitensi a fondazioni italiane che sostengono il SI. A proposito di affinità, Trump ha condotto una polemica contro il “Deep State”e i magistrati. Nel contesto attuale, sinergie tra Meta e il trumpismo non costituiscono un esercizio di fantasia. Si pensi al recente e pronto riallineamento di Zuckerberg; si pensi alla nomina, a gennaio 2026, di Dina Powell McCormick, ex consigliere nazionale per la sicurezza dell’amministrazione Trump, a presidente del consiglio di amministrazione di Meta. In ogni caso, una volta verificata la vicinanza, non c’è nemmeno bisogno di fare ipotesi su eventuali concrete catene di comando . Piuttosto, queste commistioni costituiscono l’esempio tangibile della fusione tra politica e Impresa alla base della Tecnocrazia neoliberale.
Le grandi multinazionali digitali sono per eccellenza emanazione del nuovo potere tecnocratico, bastato sulla fusione di politica e Impresa e sulla subordinazione della prima alla seconda. Il potere tecnocratico ha la maschera della neutralità, del parere oggettivo “esperto”. Anche la censura si presenta con una forma liscia, levigata e impersonale. Ecco per quali ragioni il cosidetto “fact-checking” come presunto strumento di verifica oggettivo semplicemente non esiste. Il “fact-checking”è un prodotto del neoliberismo tecnocratico e impolitico, e ne è completamente al servizio. Il nuovo potere che si sostanzia nella forma della tecnocrazia neoliberale gradisce e ricerca l’indebolimento delle sovranità costituzionali nazionali. Nel quadro di questa ideologia, che Trump rappresenta compiutamente, il rafforzamento dell’Esecutivo sugli altri poteri dello Stato rappresenta la leva per subordinare la politica all’Impresa.
Ora, come abbiamo visto, la riforma della magistratura ha nella separazione delle carriere la sua esca appetibile, ma la vera posta in gioco è rappresentata dall’alterazione dell’equilibrio tra i poteri. La riforma “tecnica” della magistratura, quindi, si lega strettamente al progetto globale di governance neoliberale. Nulla di nuovo sotto il sole. Luciano Gallino sottolineò come il finanzcapitalismo richieda la flessibilità del diritto e la sua adattabilità alle esigenze del capitalismo globale. Così l’insopportabile politicizzazione della magistratura diventa il grande pretesto per attaccarne la sua indipendenza.
La tecnocrazia neoliberale, forma ultima del finanzcapitalismo, vuole sì governi nazionali “forti”, ma non certo democratici, bensì di natura tendenzialmente repressiva (in continuità con il Decreto sicurezza). E li vuole eterodiretti dagli interessi del mercato globale. In questo senso, l’intervento censorio di Meta, indipendentemente dai suoi effetti – ha sortiti infatti una vera eterogenesi dei fini, perché in moltissimi hanno rilanciato il video di Barbero – è la rappresentazione plastica.





Commenti