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Non sport ma geopolitica di guerra

  • Immagine del redattore: pier paolo caserta
    pier paolo caserta
  • 8 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Proprio non sono riuscito a seguire le olimpiadi invernali dopo l’ennesima esclusione degli atleti russi e bielorussi. Quando lo sport diventa politica, anzi geopolitica di guerra. Di fronte a questo, cosa avrei dovuto fare, mettermi seduto e magari emozionarmi, commuovermi di fronte alle imprese e ai “valori dello sport”, quando proprio l’esclusione tradisce il senso dello spirito olimpico? Grazie, non mi va.


Ci sono alcuni momenti storici che impongono con forza maggiore una presa di posizione e questo vale anche per gli sportivi. È accaduto in passato, di fronte all’urgenza del momento, e io credo che oggi ricorrano analoghe condizioni.


Nel 1978, Daniel Passarella riceveva la coppa del mondo per la nazionale Argentina dalle mani insanguinate del generale Jorge Videla. Non era lui inizialmente il capitano designato. Doveva essere Jorge “El lobo” Carrascosa, che portava da anni e con merito la fascia da capitano, ma alla vigilia del mondiale comunicò che non avrebbe giocato. Non esternò mai ufficialmente le ragioni della sua rinuncia, ma si trattò con tutta evidenza di una presa di distanza dalla dittatura. Da allora, il dissidente Carrascosa si chiuse in un ritiro silenzioso, mentre Passarella aveva davanti una brillante carriera che lo portò anche in Italia, dove giocò nella Fiorentina e nell’Inter.


Nel 1974 Carlos Caszely fu l’unico giocatore della nazionale cilena a rifiutarsi di stringere la mano al dittatore Augusto Pinochet. Le sue mani restarono incrociate dietro la schiena. Caszely era sostenitore del legale presidente rovesciato l’anno precedente, il socialista Salvador Allende. Pagò a caro prezzo la sua dissidenza: la madre fu sequestrata e torturata dal regime. Caszely come Bruno Neri, che nel 1931, in occasione dell’inaugurazione dello stadio di Firenze, fu il solo tra i suoi compagni di squadra a non eseguire il saluto fascista, restando con le mani lungo i fianchi. Pagò con la mancata convocazione ai mondiali del 1934. Ma la battaglia molto più importante di quella sul campo da gioco, Neri la combatté fino in fondo morendo da partigiano nel 1944.


Se è vero che la Storia si ripete, non lo fa però mai nello stesso modo. Oggi assistiamo a un tentativo di ristrutturazione in chiave neo-autoritaria del Capitalismo globale nell’occidente tecno-capitalistico (nonostante le emergenti divisioni al suo interno). Al tentativo di comprimere gli spazi democratici interni (anche in Italia), corrisponde una versione particolarmente cruda dell’imperialismo statunitense e un asse rafforzato con il sionismo. In questo contesto, lo sport torna ad essere un’arma geopolitica. Gli atleti russi e bielorussi esclusi, quelli israeliani manco a parlarne. Quelli statunitensi, secondo la stessa logica, non avrebbero dovuto partecipare quasi mai alle competizioni olimpiche dalla fine della seconda guerra mondiale.


Ci sono alcuni momenti della Storia in cui si deve scegliere, e ora è uno di quei momenti. Dovrebbero farlo anche gli sportivi. Lo fanno già, anche quando pensano di non scegliere. Se battere un record o lasciare un segno di giustizia e una testimonianza, con il proprio dissenso. Ma non se ne vede traccia, in un tempo di passioni tristi che non conosce i gesti che in passato hanno saputo squarciare il velo.

 
 
 

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