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L’apprendimento delle lingue: il caso dei danesi e degli italiani

Al luogo comune che vuole gli italiani non particolarmente solerti nell’apprendimento delle lingue straniere fa riscontro l’altro, simmetrico e contrario, che gratifica i danesi di particolare brillantezza. In realtà in entrambi i casi l’apparenza inganna, almeno in parte. E in entrambi i casi esistono delle ragioni. La facilità dei danesi nell’imparare a parlare altre lingue si spiega facilmente. Il sistema fonetico del danese, infatti, è estremamente complesso, con qualcosa come 32 suoni vocalici (vocali più dittonghi). Sono moltissimi. La gamma fonetica dell’inglese è un sottoinsieme del danese. Se a questo si aggiunge che entrambe le lingue appartengono alla stessa grande famiglia, quella delle lingue germaniche, si capisce bene perché un danese sfoderi senza troppa fatica una pronuncia in inglese piuttosto convincente. Durante il mio secondo soggiorno in Danimarca frequentai presso il Dipartimento di “Intercultural Studies” dell’università di Roskilde un corso di lingua inglese che mi sottopose un catalogo di osservazioni piuttosto bizzarre e illuminanti.

Il corso era frequentato da studenti sia danesi che internazionali, provenienti dai vari Paesi europei. Il primo giorno di lezione, per farci presentare, il professore, un americano della Georgia che aveva sposato una danese, chiese a tutti di raccontare se avessero avuto esperienze pregresse di studio della lingua. Gli studenti mediterranei, nello specifico italiani e spagnoli, risposero in un inglese per lo più stentato che avevano fatto corsi qui e lì, o che avevano un parente in questo o quel Paese anglosassone. Gli studenti danesi risposero in un inglese piuttosto spedito che non avevano mai fatto nulla del genere! Colpiva, insomma, come la sequela di esperienze legate all’apprendimento della lingua fosse dichiarata dagli italiani con un inglese tutt’altro che ineccepibile. Di contro, i danesi spiegarono, in un inglese invidiabile, di non aver avuto esperienze pregresse, ove si eccettui la precoce disponibilità della tv satellitare in lingua inglese.

 

Anche se il confronto risultò un po’ umiliante per noi studenti dell’Europa meridionale, esistono delle spiegazioni che devono indurre a controbilanciare le prime impressioni. La ragione di fondo merita di essere ribadita: sta nella parentela linguistica, che rende relativamente agevole per un danese l’apprendimento dell’inglese e che conferisce in modo naturale ad un parlante scandinavo medio una pronuncia che apparirà senza dubbio adeguata ad un utente di un altro gruppo linguistico, che a quei suoni deve non di rado solo approssimarsi. Questa prima analisi ci restituisce già un principio che dovrebbe essere tenuto sempre presente quando si parla dell’apprendimento delle lingue: che l’apprendimento avviene secondo linee che sono una funzione della lingua madre. Questo schema, per altro, deve essere tenuto presente per spiegare non soltanto la produzione della lingua parlata. Risulta infatti essenziale declinarlo su tutte le molteplici dimensioni della lingua sia scritta che parlata. Il quadro comune europeo offre una buona rappresentazione dell’articolazione delle competenze linguistiche, rispetto alla quale il senso comune semplifica molto e spesso, per esempio quando si parla genericamente di “conoscenza di una lingua”, senza fare riferimento alle diverse competenze. Esemplificando, un utente di una seconda lingua potrebbe avere ottime competenze di lettura ma un parlato meno sicuro; oppure, all’opposto, parlare con una certa scioltezza ma senza porsi troppi crucci grammaticali; o non possedere una pari propensione nella produzione testuale nella lingua straniera.

Questa impostazione, se rende ragione della relativa facilità che hanno i danesi ad imparare a parlare una lingua straniera, trovando le radici di ciò nella complessità del sistema fonetico, d’altra parte ci induce ad essere meno severi verso noi stessi, che così spesso ci consideriamo, noi per primi, pochissimo propensi ad imparare lingue straniere. Anche in questo caso, infatti, possiamo ricorrere al medesimo principio per darci ragione del fenomeno: l’italiano ha un sistema fonetico pochissimo articolato rispetto alle lingue germaniche, quindi la nostra difficoltà sul parlato non può sorprendere. Molti suoni ci mancano del tutto e in alcuni casi dobbiamo adattarci a simulare una pronuncia che non potremo mai eguagliare. Tuttavia, considerazioni analoghe e speculari devono indurci a ricordare che un italiano, quando apprende una lingua straniera, tenderà a padroneggiarne con sicurezza e precisione gli aspetti grammaticali, le regole, le competenze di lettura ecc., cioè, ancora una volta, tutti quegli aspetti che sono spiegabili a partire dalla notevole articolazione grammaticale delle lingue neolatine, alla quale fa riscontro la grande essenzialità della grammatica delle lingue germaniche (con l’eccezione del tedesco) e germanico-scandinave in particolare.

 

A tale semplicità il danese non fa davvero eccezione; anzi, a differenza dell’inglese non ha nemmeno la marca della terza persona singolare nella coniugazione dei verbi. Anche in questo caso mi sono imbattuto in un buon numero di conferme dello schema, che in compenso non mi sembra conoscere significative smentite. Mi è capitato spesso, per esempio, di leggere saggi scritti in lingua inglese da accademici danesi, nei quali viene non di rado omessa la marca della terza persona singolare (la “s”). Un erroraccio? Di certo un errore ma causato, ancora una volta, da una proiezione della lingua madre.

Lungo l’asse fonetica/grammatica, le lingue germanico-scandinave e l’italiano hanno caratteristiche mirabilmente uguali e contrarie: le prime hanno un sistema fonetico molto articolato e una grammatica essenziale; la seconda, una grammatica ben più complessa e un sistema fonetico molto semplice rispetto alle prime.

 

In questo articolo tralascio l’aspetto del metodo d’insegnamento. Non perché non lo consideri importante, ma perché ritengo esista un livello del problema che ne prescinde. In conclusione, l’esperienza e la riflessione mi hanno condotto ad estrarre una formula che mi sembra resistente ai tentativi di confutazione e che, in definitiva, non considero sorprendente; è curioso, semmai, che non le sia stata assegnata l’importanza che credo le spetti, mentre la maggiore o minore facilità di questo o quel popolo ad apprendere le lingue continua troppo spesso ad essere avvolta nello stereotipo, al quale potrebbe facilmente essere strappata. La formula è la seguente: la facilità nell’apprendimento di una lingua straniera segue le linee di proiezione della lingua madre, lungo tutte le diverse competenze linguistiche riferibili sia allo scritto che al parlato.

 

 

Pier Paolo Caserta

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