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Di quali lavoratori si è dimenticata la Sinistra?



Non è corretto dire che la sinistra si è persa perché si è dimenticata della classe operaia, mentre è vero che ha perso se stessa quando si è accodata alla Destra e al Capitalismo. Sono due affermazioni che vanno completamente scisse. La seconda è corretta, mentre la prima è una semplificazione che rischia di allontanare di molto dal punto essenziale. Più corretto dire che la sinistra si è dimenticata anche della classe operaia. Limitarsi a dire che la sinistra-sinistra (adotto anche io questa definizione di comodo, che però mi sembra sufficientemente chiara e utile) ha smesso di rappresentare e difendere la classe operaia significherebbe infatti tralasciare le trasformazioni intervenute nel mondo del lavoro. Oggi, a mio avviso, non bisogna parlare di operai, bensì di lavoratori, perché nella società post-industriale è evidente, o dovrebbe essere, che i luoghi del conflitto tra capitale e lavoro si sono spostati dalla fabbrica come luogo esclusivo ad altri, prevalentemente nel terziario, e spesso fluidi, quasi eterei, e questo fenomeno è andato ancora molto oltre, fino al punto che anche l’economia e la tecno-finanza soggiacciono ormai ad un altro dominio, quello della Tecnica. La sinistra si è persa, dunque, quando ha smesso di rappresentare e difendere i lavoratori, che oggi, di fronte all’affermazione dell’indissolubile binomio Mercato-Tecnica, significa certamente ancora gli operai ma non più soltanto gli operai; significa anche, e solo a titolo di esempio, l’esercito di precari dei call center o le moltitudini di precari dell’industria culturale. Precari per contrattualizzazione, naturalmente, ma lavoratori fissi per continuità e orari di lavoro. In un call center contratti capestro, usura psico-fisica, orari di lavoro spesso massacranti e retribuzioni inadeguate sono elementi dell’alienazione tutti presenti e, in attesa che la sociologia pervenga a maggior chiarezza, la sinistra, se non deve rendersi simile alla Destra, non dovrebbe però nemmeno difendere un’idea di conflittualità incentrata ancora esclusivamente sulla fabbrica. Negli ultimi decenni la realtà socio-economica è drasticamente mutata. La sinistra-sinistra deve oggi, a mio avviso, ridefinire obiettivi e strategie, di sicuro all’insegna di una chiara terzietà sia rispetto all’ideologia mercatista e globalista, sostenuta anche dalla pseudo-sinistra sdraiata sul neoliberismo, che della destra trumpiano-orbaniana. Per fare questo occorre, tra le altre cose, rielaborare in modo più consapevole i cambiamenti intercorsi nel mondo del lavoro, la cui ulteriore precarizzazione è un cascame del dominio della Tecnica. In questo scenario, in cui non esiste sostanziale differenza, né figli illegittimi e prediletti, tra l’operaio metalmeccanico, il precario dell’industria culturale e l’immigrato che raccoglie pomodori (all’infuori del fatto che quest’ultimo è quello che se la passa peggio di tutti per non avere tra l’altro una rete di protezione sociale, ma, ancora, è ormai una differenza di grado, non di genere) o la sinistra riesce a rappresentarli tutti e tre o fallisce nel rappresentarli tutti; o riesce a rappresentare tutti i lavoratori, o seguiterà a non saperne rappresentare nessuno.

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